Fiorentini si Cresce

Cosa vuol dire: "essere al lumicino"



Da dove arriva questa tipica espressione fiorentina? E chi erano i Bonomini? Torniamo indietro nel '400 per questa nuova storia raccontata dalla nostra Rachel de Il Giardino di Rachel

Nella piccola piazza di San Martino a Firenze c’è l’Oratorio della Congregazione dei Bonomini di San Martino, all’interno vi sono affrescate scene che raccontano le azioni caritatevoli e di bontà di questi uomini che provvedevano al sostegno di chi aveva commesso crimini, mostrando la loro misericordia.

Gli affreschi presentano le sette opere di misericordia, tra cui quella di dare aiuto e conforto ai prigionieri (vestire gli ignudi, dare da bere agli assetati, da mangiare agli affamati, seppellire i morti, etc.). La Congregazione dei Bonomini di San Martino si occupava dei carcerati. L’oratorio di San Martino era un luogo importante per i carcerati, le dodici figure di laici della Congregazione dei Bonomini, fondata e guidata da Sant’Antonino Pierozzi nel 1441 (rappresentato sulla lunetta esterna), si occupavano della raccolta delle “Limosine”. All’epoca l’istituzione del carcere era privata: durante la detenzione i prigionieri benestanti si facevano mantenere per il vitto e il vestiario dalla loro famiglia. La gente comune, invece, che non aveva soldi a disposizione, doveva contare sulla carità di questa congregazione.

Inizialmente la Confraternita dei Bonomini nasce per un altro significato e altri intenti: Sant’Antonino Pierozzi aveva pensato di aiutare le famiglie abbienti che erano cadute in disgrazia, per esempio quelle famiglie che si erano messe di traverso ai Medici, che avevano perso le loro fortune e che si vergognavano di chiedere aiuti economici. I Bonomini quindi, raccoglievano i denari per queste famiglie decadute in totale segretezza.
Posta fuori dell’oratorio vi era la famosa candela accesa per indicare a queste persone quando c’era bisogno di Limosine, da cui l’espressione fiorentina: “Essere al lumicino”. Questo modo di dire deriva proprio da questa necessità per il lume acceso.

In seguito i Bonomini ampliarono le loro funzioni prestando soccorso anche ai carcerati. La confraternita prendeva il nome da San Martino, il santo era un soldato non ancora battezzato che aveva donato metà del suo mantello a un povero ignudo. A Martino apparve in sogno il Salvatore dicendo: “Sono Gesù Cristo, ero povero e nudo e tu mi hai vestito e protetto dal freddo”. Il giorno seguente il soldato Martino ritrovò il mantello ancora intero, per indicare che chi è caritatevole trova maggiori soddisfazioni nel donare e condividere.

Gli affreschi delle lunette decorate, che circondano l’aula unica, sono attribuiti ai fratelli Domenico e David Ghirlandaio, i quali, in qualche modo, erano legati alla Congregazione dei Bonomini, probabilmente ne facevano parte.
Gli affreschi sono importanti documenti visivi, che testimoniano com’erano le celle all’interno del Carcere dell’Isola delle Stinche. Le celle rappresentate dai Ghirlandaio sono severe, piccole e anguste, si affacciavano all’interno del cortile del carcere. Le finestre avevano le grate per far passare appena le mani dei prigionieri che prendevano le offerte dei Bonomini. Si vede in una di queste lunette un loro rappresentante che dona le Limosine a un carcerato. Le celle ospitavano varie tipologie di carcerati: i traditori della patria (della Repubblica Fiorentina), i debitori, gli assassini, le prostitute o le donne adultere, che avevano abbandonato il marito. Vi erano rinchiusi i comuni delinquenti ma anche i pazzi, che andavano in giro a tirar sassi, a mordere la gente e a incendiare le case senza motivo o rubare il bestiame. Vi era anche un’altra categoria: i monellini, cioè gli orfani, i quali per sopravvivere compivano piccoli reati o furti. I monellini erano introdotti all’interno del Carcere delle Stinche, non migliorando la loro condizione, specialmente a contatto con i veri criminali. Accanto all’oratorio della Congregazione dei Bonomini si trovano le famose “Buchette”, dove si lasciavano le Limosine e le istanze anonime. C’era anche una ruota, dove si faceva girare il pane, anche in situazione di pestilenza, per evitare il contagio. Era un altro importante servizio fornito dalla Compagnia, molto attiva in città e ben organizzata.

Rachel Valle © 2016

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